Mario Desiati racconta le radici della pizzica attraverso il nuovo saggio di Vincenzo Santoro

Tempo fa denunciammo il rischio di una deriva cialtronesca della tradizione etno-musicale del Salento. Era il 2005 e la moda della Taranta era al suo acme. Nel dibattito intervenne Vincenzo Santoro, studioso che con rigore ha curato il libro Il ritorno della Taranta per l’editore Squilibri e che il 28 ottobre è stato al centro di un dibattito all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il saggio non è soltanto la storia della rinascita della musica popolare nel Salento come lascia intendere il sottotitolo, ma soprattutto una disamina attenta e accurata di quello che oggi è presente nell’immaginario contemporaneo del fenomeno musicale e popolare più di tutti sugli scudi. Santoro individua un periodo storico nel quale si consolida il fenomeno: “Con la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta si registra un progressivo ritorno di interesse per i ritmi e i suoni della tradizione da parte di musicisti più giovani che, insieme ad alcuni importanti protagonisti delle esperienze precedenti, iniziano una nuova stagione di revival della musica salentina, dando vita a un nuovo movimento destinato a sviluparsi in maniera tumultuosa negli anni a venire”.
Protagonista di questa rinascita è certamente Edoardo Winspeare, il regista di Depressa, borgo vicino a Tricase, di cui Santoro traccia un profilo biografico e il percorso che ha portato al primo film “Pizzicata”, diventato subito il veicolo più potente a livello nazionale della nuova pizzica. Winspeare è giovanissimo, ha 24 anni nel 1989, quando gira il suo primo documentario “San Paolo e la tarantola”, un medio metraggio che gli permette di conoscere musicisti storici salentini e non di musica tradizionale. Tra tutti i medaglioni in questa pellicola, spicca Luigi Stifani, barbiere e dunque cerusico. E come la tradizione meridionale comanda, il cerusico barbiere è anche un santone, il depositario della cura di un piccolo paese e della sua comunità.
Chi ha visto il frammento di quel documentario di Winspeare in cui appare Stifani, può comprendere il fascino che poteva esercitare quell’uomo anziano, con occhi scuri e profondi, un baffetto demonico e la voce impostata come se stesse recitando. Stifani narra in modo avvincente di come attraverso il suo violino curò oltre 50 tarantolate. Affascinato dalla cultura contadina, Winspeare compara le epserienze del suo Salento con quelle del mondo che lui gira e conosce attraverso l’esperienza di assistente alla regia e fonico. Grazie a queste esperienze, ad esempio, si ritroverà a collaborare a un documentario sugli tzigani in Spagna che molte connessioni sembrano avere con la nostra musica tradizionale. Comincia così un periodo di frenetico attivismo, in cui Winspeare spende molte energie ad organizzare grandi feste in campagna, in cui invita a suonare gli anziani cantori ma anche alcuni musicisti e appassionati più giovani che si sono avvicinati alla musica tradizionale.
Racconta il regista: “La musica salentina non è solo pizzica, ma a noi serviva la pizzica, perché la pizzica smuove, scuote, e noi eravamo interessati non solo agli aspetti musicali, ma anche a quelli sociali. Il canto alla stisa interessa gli intenditori, mentre la pizzica interessa tutti. Con questa scelta abbiamo fatto un gesto politico, perché volevamo cambiare l’idea della nostra terra che avevamo avuto fino ad allora”.
Ma non c’è solo Winspeare con i suoi film e le sue feste. Santoro parte dal film “Pizzicata” del 1995 e arriva ai giorni nostri facendo gli esempi di come nel cinema, nella letteratura, nelle arti visive e ovviemente nella musica contemporanea, anche dei gruppi più giovani, ci siano influssi della Taranta e della nuova pizzica. Poche settimane dopo la pubblicazione di questo libro che ripensa e riposiziona in un quadro storico il “fenomeno Taranta”, è uscito il disco di Raffaella Aprile, una delle sue più intense interpreti. Non è un caso che l’album prodotto da Anima Mundi si chiami “Papagna”, come il fiore che seda e stordisce: un disco tra nenia e ricerca che reinterpreta in una chiave più eterogenea la tradizione della musica tradizionale salentina, alternando stornelli, filastrocche, pizziche.
Ma accanto a questa anima di servizio, nel libro di Santoro ce n’è pure una più pugnace e polemica. L’autore si addentra nei rischi dell’eccessiva deriva turistica del fenomeno; le pagine su cosa sia diventata la festa di San Rocco a Torrepaduli e la leggendaria battaglia delle spade sono amare e malinconiche, il ritratto di questa terra in bilico perenne tra magia e deserto.

Mario Desiati

La Repubblica di Bari, 22 novembre 2009

Vincenzo Santoro ripercorre le tappe di una scoperta culturale: dai pionieri ad oggi

Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina, di Vincenzo Santoro (ed. Squilibri, 18,00) è stato presentato a Roma, nell’Auditorium del parco della musica, il 28 ottobre scorso). Si tratta di un libro prezioso, che interviene a colmare una vistosa lacuna nella storiografia locale nella quale mancava una ricostruzione organica, o almeno largamente attendibile, del fenomeno di riproposta della musica tradizionale salentina. Costruito sulla scorta di una vasta ed eterogenea documentazione (libri, articoli, interventi sul web, tesi di laurea, fonti orali, strumento insostituibile quando la documentazione tradizionale è carente) il volume rimette insieme gli innumerevoli frammenti di una vicenda dall’andamento carsico che, tra evidenze e oscuramenti, prende il via sul finire degli anni ’60, grazie all’impulso di Rina Durante, e si protrae fino ai giorni nostri. In mezzo si collocano tante vicende poco note o addirittura sconosciute: il decisivo approdo salentino di Giovanna Marini, la nascita del Nuovo Canzoniere del Salento che si scioglierà nel 1973 aprendo la strada al Canzoniere Grecanico Salentino, il gruppo più rappresentativo del folk revival locale, le vicende poco note anche agli addetti ai lavori, di Salento Domani e Radici attivi nel decennio ‘70-80, che rivelano uno scenario ben più complesso e diversificato di quello fin qui conosciuto e chiudono la prima, pioneristica fase.
Poi verranno gli anni ‘80 con Pierpaolo de Giorgi (tra i primi a porre la centralità di un genere, la pizzica) e l’apparizione del Canzoniere di Terra d’Otranto prima dell’esplosione degli anni ‘90.
Inaugurata dall’esperienza dei Sud Sound System e dall’attivismo di Edoardo Winspeare, la stagione degli anni ’90 è segnata dalla Notte della Taranta, dallo straordinario proliferare di gruppi e iniziative editoriali, dalle significative esperienze degli Zoè e degli Aramirè, a cui Santoro dedica un ampio capitolo in quanto testimonianza di un peculiare modello di valorizzazione della cultura musicale del territorio fortemente intriso di spirito critico e impegno politico. È un viaggio a tratti illuminante nel caleidoscopico universo del movimento della pizzica, che delinea percorsi, stimola riflessioni e ulteriori approfondimenti, consegnando al lettore una narrazione polifonica in cui il punto di vista di Santoro (responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Anci, appassionato operatore culturale che pure è una delle voci più apertamente critiche in seno al movimento stesso) non sovrasta mai il pluralismo delle voci che da sempre caratterizza il revival salentino.
Questo efficace dispositivo narrativo ne fa un libro emblematico che aiuta a capire come le diverse definizioni discorsive siano il risultato che l’oggetto di cui si parla (la musica popolare) ha prodotto e da cui al tempo stesso è stato prodotto. È così che i patrimoni culturali opportunamente “tradotti/trasformati” vengono “confezionati” e consegnati ad un più vasto pubblico di fruitori. In questo nuovo scenario un ruolo sempre più centrale è assegnato agli intellettuali (locali e non).
Se a Georges Lapassade va riconosciuta l’intuizione di collegare un’ipotesi di rivitalizzazione della cultura del tarantismo alle controculture musicali giovanili, altrettanto emblematico appare l’apporto di Edoardo Winspeare, artefice di un processo di “estetizzazione” della pizzica che liberandola da quella dimensione afflittiva tipica della cultura del tarantismo la preparerà ad un più vasto uso di massa. Ma Il ritorno della taranta (da leggere con l’indispensabile ausilio del cd allegato, una breve storia sonora del folk revival salentino) è anche, a suo modo, una riflessione su quel processo che Fabio Dei ha definito “dell’uso pubblico della cultura popolare”, ossia delle politiche istituzionali di valorizzazione del patrimonio etnografico locale.
Al “Salento immaginato”, per usare il titolo di un bel capitolo che ripercorre la recente genesi di un vero e proprio topos letterario che descrive il Salento come un’isola di autenticità sopravissuta allo tsunami della modernizzazione, fa da contraltare la “bellezza sotto assedio”, continuamente esposta al rischio di scempi e devastazioni.
C’è una nuova domanda di tutela del bene pubblico che nasce da questo movimento, sembra avvertire Santoro. Una diffusa consapevolezza che non si può valorizzare il patrimonio musicale locale (che oltretutto è oggi per il Salento un potente fattore di attrazione turistica ) senza tutelare i luoghi entro i quali storicamente è stato prodotto. Una domanda, quest’ultima, che ancora attende qualche risposta.

Sergio Torsello

Quotidiano di Lecce, 2 novembre 2009

Mauro Pagani e la sua “Foto di gruppo con chitarrista”, la dub poetry della caraibica Jean Binta Breeze, “Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina”, il jazz di Luca Ragagnin e del trio One Changes e i reading in musica di Maurizio Amendola con loop&bass di Fabio di Tanno. Tutto questo è stato “Di suoni e di parole. Letteratura e musica a Ottobre Piovono Libri 2009″.

"La dub poetry di Jean Binta Breeze""

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Giovedì 5 novembre ultimo ospite del festival sarà la poetessa jamaicana Jean “Bitanta” Breeze, accompagnata da Dennis Bovell al basso e dal musicista pisano Marzio Aricò. L’importante serata di cultura sarà aperta gratuitamente al pubblico pisano in occasione della presentazione del nuovo disco (targato Arroyo) Eena me corner, prodotto da Associazione Metarock in collaborazione con il Dipartimento di Anglistica Post-Coloniale dell’Università di Pisa,  che raccoglie le liriche travolgenti e graffianti della Breeze recitate sulle note basse della dub step music.

Breezephoto

MARZIO “PRUDO” ARICO’DENNIS BOVELLJEAN “BINTA” BREEZE – PRESENTAZIONE DI “EENA ME CORNER” (DUB POETRY – DUB STEP) 5 NOVEMBRE 2009 -  PISA – CINEMA TEATRO LUX – 21:00

In collaborazione con:

Ass. Metarock

Università di Pisa, Dipartimento di Anglistica Post-Coloniale

Altre info: Ass. Metamusic

il ritorno della taranta

Dalle pionieristiche esperienze degli anni Settanta fino all’esplosione degli ultimi anni, la ricostruzione del lungo processo di recupero e riuso dei materiali tradizionali giunto nel Salento a una sorprendente esposizione mediatica le cui ricadute vanno bene oltre i confini regionali. Una storia iniziata poco meno di quarant’anni fa ad opera di una variegata congerie di personaggi locali, spesso singolari e in qualche caso anche stravaganti che, coadiuvati a volte da personalità più blasonate provenienti dall’esterno, sono riusciti a produrre uno dei fenomeni musicali più sorprendenti e clamorosi degli ultimi anni: il “rinascimento della pizzica”.
In un avvincente racconto corale, una vicenda senza riscontri sul piano nazionale è ripercorsa dalla “viva voce” dei suoi protagonisti, da Rina Durante a Giovanna Marini, dal Canzoniere Grecanico Salentino ad Officina Zoè, da Eugenio Barba a Edoardo Winspeare, dal Canzoniere di Terra d’Otranto agli Aramirè, da Eugenio Bennato a Georges Lapassade fino all’attuale dilagare di tarante a tutte le latitudini  e nelle più svariate combinazioni.